TCS New York City Marathon - 05/11/2017

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ciromi
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da ciromi »

@Foia con estremo ritardo, del quale mi scuso, ho letto il tuo racconto. Anche io come te ho fatto questa maratona da turista e le tue note finali sono esattamente le mie. Complimenti per la maratona, per la tua carriera da runner e anche per il blog!
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Foia
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da Foia »

Grazie per i complimenti, raga. Sono contento vi sia piaciuto :D
@ciromi: scusarsi de che?? [-X
-- Non cercare ostinatamente il PB. Sarà il PB a trovare te! --

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jonathan
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da jonathan »

@foia grande racconto come sempre, complimenti. Ricordati che se io corro le maratone è anche colpa tua e dei tuoi racconti.
Tutte le volte che ne leggo uno cresce la voglia di iscrizione compulsiva a qualche gara
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mb70
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da mb70 »

Racconto bellissimo!!
Mi calza addosso alla perfezione, è proprio così che mi presenterò alla maratona di Pisa a dicembre. Galloway, preparazione senza lunghi, spirito turistico e voglia di divertirsi...
Ma alla fine quanto è lunga la Nycm? [emoji16]
Un mio amico una volta ha corso una maratona di 15 km!!

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ciromi
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da ciromi »

@mb70 Io mi ero iscritto NY e Pisa prima di infortunarmi e ho fatto NY turistica e mi sa che ripeterò Pisa, magari possiamo fare un pezzo insieme perchè la mia paura per Pisa è che se rimani solo molli di testa. Cmq a NY è andata bene perchè in USA le maratone sono lunghe 26.2 miglie, mentre in italia si ha questo vizio di correre per 42,195km :D
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mb70
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da mb70 »

Ok sentiamoci sul 3d Pisano!

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yoshimoto
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da yoshimoto »

Ho appena finito di correre la maratona di New York e si impossessano di me emozioni fortissime. Piango a dirotto per scaricare la tensione, ringrazio il Signore per quanto mi ha concesso, mi commuovo ricevendo dai volontari la medaglia e le congratulazioni, ho freddo tanto freddo, tremo tutto ed ho forti brividi, sono distrutto dalla fatica e mi trascino verso l’uscita di Central Park con enorme fatica. Diversi assistenti si accorgono del mio stato e mi invitano ad un controllo medico. Rifiuto i primi inviti, poi, perdurando l’impossibilità di camminare regolarmente, accetto. Entro in una tenda riscaldata, mi fanno sdraiare su una brandina e mi massaggiano i muscoli delle gambe. Steso sulla brandina ripercorro la mia giornata attraverso i tantissimi fotogrammi che rimarranno per sempre nella mia memoria.
Sveglia alle 5.30, colazione in camera in un bell’albergo vicino a Times Square, perdo un po’ di tempo a vestirmi e coprirmi adeguatamente e saluto la famiglia che dorme, incontro l’amico Bartolo nella hall. Siamo in ritardo per l’appuntamento con Ivan, arriva un messaggio “ci vediamo al ferry”. Prendiamo un taxi e sul video della macchina scorre la pubblicità della maratona, siamo già nel clima della gara. Arriviamo all’imbarco e ci incontriamo con Ivan e la figlia Giorgia, che è alla sua prima maratona; apprezziamo le loro magliette con le scritte “Dad” e “Daughter” e saliamo sul traghetto.
Non mi accorgo neanche di essere passato davanti alla Statua della Libertà poiché sono intento a parlare del percorso, della gara di oggi, di quelle passate e delle prossime. Arriviamo a Staten Island, un po’ di fila per salire su un pullmann che ci porta a Fort Wadsworth. Mi accorgo delle eccezionali misure di sicurezza adottate dal NYPD. Penso esplicitamente a quanto finora avevo confinato nel mio subconscio: sono uno degli oltre 50000 runner di tutto il mondo che si ribella di fronte all’ultimo attentato terroristico di qualche giorno fa sulla pista ciclabile al Lower West Side di Manhattan, sono uno dei 3000 italiani che ha vinto la paura, sono una persona normale che vuole vivere la sua vita e coltivare le proprie passioni senza arrendersi ai condizionamenti. Pur consapevole di trovarmi nell’evento mondiale con il più elevato coefficiente di rischio, mi sento sicuro ed apprezzo l’efficienza americana e l’enorme spiegamento di forze (dai tanti elicotteri sulle nostre teste ai camion utilizzati per sbarrare le strade, dalle perquisizioni corporali ai cecchini piazzati sui tetti).
Sono le 8.00 e siamo ormai alla zona della partenza alla base del Ponte di Verrazzano. Mi impressiona il numero sterminato dei maratoneti, ma nel contempo non posso non apprezzare la perfetta organizzazione. Faccio pipì senza attendere perché ci sono tantissimi wc chimici, lascio la borsa al deposito con i cambi che ritroverò all’arrivo, e mi avvio nella zona assegnata. L’orario di partenza per me è 9:50; decido di non rispettare la posizione assegnatami per la partenza (sotto il ponte) e, insieme a Bartolo, Ivan e Giorgia, guadagno il posto migliore per vivere al meglio i minuti che precedono la partenza. Arriviamo sulla linea dello start, ci sfilano accanto i top runners che si riscaldano in un’area riservata tra due ali di folla. Vi è molta tensione e l’adrenalina cresce anche grazie alla musica assordante e coinvolgente. Cala il silenzio assoluto, è il momento della commemorazione per le vittime dell’attentato del 31 ottobre; mi raccolgo in preghiera. Adesso una bravissima solista intona l’inno nazionale americano e, a breve distanza, “New York, New York”. Capisco che siamo prossimi alla partenza, tolgo la felpa e la lancio ai bordi della carreggiata, la felpa colpisce una ragazza che la prende a ridere. Non piove (ancora), non fa particolarmente freddo, i brividi sono generati dall’emozione. Maniche corte e manicotti, è la scelta giusta, sto bene. Tre elicotteri passano a volo d’uccello sulle nostre teste, colpo di cannone, pacche sulle spalle, urla di incoraggiamento e via, si parte.
Il primo chilometro è in salita, ma molto panoramico. Dal ponte di Verrazzano mi godo lo skyline del Financial District, ho fatto bene a cambiare corral. Il rumore è quello degli elicotteri che stazionano sopra il ponte. Poi si entra a Brooklyn tra case basse, scorci di periferia metropolitana e viali alberati. Il pubblico è il vero spettacolo, ricevo incitamenti di tutti i tipi, un milione di bambini mi chiedono di battere il cinque, musica dal vivo e cori ad ogni angolo di strada.
Mi godo il contorno, ma penso anche alla gara. Sono partito con l’obiettivo di uguagliare il mio personale (3:37:56), ma ho iniziato a correre insieme al pacer che chiuderà a 3:20. Il passo è troppo sostenuto per me. Vivo un conflitto interiore. Quando, ad ogni passaggio chilometrico, il mio Garmin mi segnala il tempo, un’anima, quella razionale, sostiene: “Rallenta! Tenendo questo ritmo non arriverai mai a tagliare il traguardo”, l’altra parte di me controbatte: “Mi sento bene, sono allenato, provo a fare il fenomeno e vediamo come si mette”. Prevale quest’ultima per la troppa adrenalina che ho in corpo, e così anniento la atrategia di gara che avevo programmato in 4 mesi di duri allenamenti. Faccio per molti chilometri una media di 4:40 min/km, passo i 10 km e la mezza con tempi vicini ai miei personali sulla distanza, ma oggi devo correre per oltre 42 km ed è fin troppo chiaro che non potrò tenere quel passo.
Da Brooklyn si passa nel Queens, continuo a godermi il pubblico e sono incuriosito da molti runners. Osservo i tattoo e le magliette; moltissime riportano sulla schiena la scritta “imagine a world without cancer” con dediche a persone care. Supero diverse carrozzelle, vengo superato da un paio di non vedenti accompagnati per mano, mi commuovo nel vedere correre eroi senza arti.
Poi il famigerato e lunghissimo Queensboro Bridge, al 25° km, per molti il muro prima del muro. Si sente solo il rumore dei passi e quello dei treni nei sottostanti binari. Molti iniziano a camminare. Io rallento un po’, ma lo supero indenne. Mi impressiona, poco prima della fine del ponte, passare dal silenzio assoluto ad un boato pazzesco creato dagli incitamenti del pubblico assiepato sulla First Avenue. Sono a Manhattan e, tutto sommato, va tutto bene. Mi si apre davanti la First Avenue, è lunghissima, sale e scende, e non riesco a scorgerne la fine. Bevo ad ogni rifornimento e provo a non pensare alla stanchezza che è sopraggiunta.
Si passa per poco nel Bronx e si torna a Manhattan sulla Fifth Avenue. Il conto si presenta puntuale al 35° km. Il glicogeno presente nel mio corpo è praticamente esaurito; sono in riserva e mi accorgo che la benzina si sta esaurendo. Accantono ogni velleità di chiudere con un buon tempo, ma voglio arrivare al traguardo. Piove. Non ho più la lucidità per godermi il pubblico, ma alcuni cartelli mi rimangono in mente: “it looks like a huge pain for a free banana”, “you’re running better than the government”, “left foot, right foot, repeat”, “Queensboro Bridge is flat from far”. Si entra in Central Park e, dopo un po’, si riesce. Mi illudo di essere a Columbus Circle, e quindi a meno di un chilometro dall’arrivo, ed invece realizzo di essere a Grand Army Plaza e di dover ancora fare un pezzo di 59th Street. Interrompo la corsa sopraffatto dalla stanchezza, cammino; dopo 50 metri prevale la testa, recupero qualche energia non so dove, e riprendo la corsa.
Ai bordi della strada ci sono migliaia di persone, ma io sono sempre più solo con la mia stanchezza e con i muscoli sempre più rigidi. Mentre penso che il traguardo si avvicina mi sento chiamare, mi giro e vedo Roberta, Giorgio e Chicco. Non ci credo! Ci siamo trovati in mezzo a decine di migliaia di persone. Per me è una scossa; mi avvicino a loro, abbraccio Roberta velocemente e do il cinque a Chicco. Riparto, sono vicino al traguardo, ma quell’incontro è stato per me come un obiettivo raggiunto. Penso a loro e mi rilasso, cammino nuovamente, ma mi accorgo che Giorgio mi segue correndo sul bordo della strada con la macchina fotografica puntata su di me e mi esorta a non mollare. Riprendo e mi trascino al traguardo.
3:48:12 il tempo finale. 10 minuti sopra il personale. Non ho migliorato il mio miglior tempo, ma chi se ne frega: ho ancora una volta battuto me stesso. Penso già alla prossima maratona e sono certo che a New York io a correre ci torno di sicuro.
New York City, 5/11/17
Gaetano
Marathon: 3:37:56 Hamburg 23/4/17
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10k: 46:03 Catania 22/5/17
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Mauviola
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da Mauviola »

yoshimoto ha scritto:Ho appena finito di correre la maratona di New York e si impossessano di me emozioni fortissime. Piango a dirotto per scaricare la tensione, ringrazio il Signore per quanto mi ha concesso, mi commuovo ricevendo dai volontari la medaglia e le congratulazioni, ho freddo tanto freddo, tremo tutto ed ho forti brividi, sono distrutto dalla fatica e mi trascino verso l’uscita di Central Park con enorme fatica. Diversi assistenti si accorgono del mio stato e mi invitano ad un controllo medico. Rifiuto i primi inviti, poi, perdurando l’impossibilità di camminare regolarmente, accetto. Entro in una tenda riscaldata, mi fanno sdraiare su una brandina e mi massaggiano i muscoli delle gambe. Steso sulla brandina ripercorro la mia giornata attraverso i tantissimi fotogrammi che rimarranno per sempre nella mia memoria.
Sveglia alle 5.30, colazione in camera in un bell’albergo vicino a Times Square, perdo un po’ di tempo a vestirmi e coprirmi adeguatamente e saluto la famiglia che dorme, incontro l’amico Bartolo nella hall. Siamo in ritardo per l’appuntamento con Ivan, arriva un messaggio “ci vediamo al ferry”. Prendiamo un taxi e sul video della macchina scorre la pubblicità della maratona, siamo già nel clima della gara. Arriviamo all’imbarco e ci incontriamo con Ivan e la figlia Giorgia, che è alla sua prima maratona; apprezziamo le loro magliette con le scritte “Dad” e “Daughter” e saliamo sul traghetto.
Non mi accorgo neanche di essere passato davanti alla Statua della Libertà poiché sono intento a parlare del percorso, della gara di oggi, di quelle passate e delle prossime. Arriviamo a Staten Island, un po’ di fila per salire su un pullmann che ci porta a Fort Wadsworth. Mi accorgo delle eccezionali misure di sicurezza adottate dal NYPD. Penso esplicitamente a quanto finora avevo confinato nel mio subconscio: sono uno degli oltre 50000 runner di tutto il mondo che si ribella di fronte all’ultimo attentato terroristico di qualche giorno fa sulla pista ciclabile al Lower West Side di Manhattan, sono uno dei 3000 italiani che ha vinto la paura, sono una persona normale che vuole vivere la sua vita e coltivare le proprie passioni senza arrendersi ai condizionamenti. Pur consapevole di trovarmi nell’evento mondiale con il più elevato coefficiente di rischio, mi sento sicuro ed apprezzo l’efficienza americana e l’enorme spiegamento di forze (dai tanti elicotteri sulle nostre teste ai camion utilizzati per sbarrare le strade, dalle perquisizioni corporali ai cecchini piazzati sui tetti).
Sono le 8.00 e siamo ormai alla zona della partenza alla base del Ponte di Verrazzano. Mi impressiona il numero sterminato dei maratoneti, ma nel contempo non posso non apprezzare la perfetta organizzazione. Faccio pipì senza attendere perché ci sono tantissimi wc chimici, lascio la borsa al deposito con i cambi che ritroverò all’arrivo, e mi avvio nella zona assegnata. L’orario di partenza per me è 9:50; decido di non rispettare la posizione assegnatami per la partenza (sotto il ponte) e, insieme a Bartolo, Ivan e Giorgia, guadagno il posto migliore per vivere al meglio i minuti che precedono la partenza. Arriviamo sulla linea dello start, ci sfilano accanto i top runners che si riscaldano in un’area riservata tra due ali di folla. Vi è molta tensione e l’adrenalina cresce anche grazie alla musica assordante e coinvolgente. Cala il silenzio assoluto, è il momento della commemorazione per le vittime dell’attentato del 31 ottobre; mi raccolgo in preghiera. Adesso una bravissima solista intona l’inno nazionale americano e, a breve distanza, “New York, New York”. Capisco che siamo prossimi alla partenza, tolgo la felpa e la lancio ai bordi della carreggiata, la felpa colpisce una ragazza che la prende a ridere. Non piove (ancora), non fa particolarmente freddo, i brividi sono generati dall’emozione. Maniche corte e manicotti, è la scelta giusta, sto bene. Tre elicotteri passano a volo d’uccello sulle nostre teste, colpo di cannone, pacche sulle spalle, urla di incoraggiamento e via, si parte.
Il primo chilometro è in salita, ma molto panoramico. Dal ponte di Verrazzano mi godo lo skyline del Financial District, ho fatto bene a cambiare corral. Il rumore è quello degli elicotteri che stazionano sopra il ponte. Poi si entra a Brooklyn tra case basse, scorci di periferia metropolitana e viali alberati. Il pubblico è il vero spettacolo, ricevo incitamenti di tutti i tipi, un milione di bambini mi chiedono di battere il cinque, musica dal vivo e cori ad ogni angolo di strada.
Mi godo il contorno, ma penso anche alla gara. Sono partito con l’obiettivo di uguagliare il mio personale (3:37:56), ma ho iniziato a correre insieme al pacer che chiuderà a 3:20. Il passo è troppo sostenuto per me. Vivo un conflitto interiore. Quando, ad ogni passaggio chilometrico, il mio Garmin mi segnala il tempo, un’anima, quella razionale, sostiene: “Rallenta! Tenendo questo ritmo non arriverai mai a tagliare il traguardo”, l’altra parte di me controbatte: “Mi sento bene, sono allenato, provo a fare il fenomeno e vediamo come si mette”. Prevale quest’ultima per la troppa adrenalina che ho in corpo, e così anniento la atrategia di gara che avevo programmato in 4 mesi di duri allenamenti. Faccio per molti chilometri una media di 4:40 min/km, passo i 10 km e la mezza con tempi vicini ai miei personali sulla distanza, ma oggi devo correre per oltre 42 km ed è fin troppo chiaro che non potrò tenere quel passo.
Da Brooklyn si passa nel Queens, continuo a godermi il pubblico e sono incuriosito da molti runners. Osservo i tattoo e le magliette; moltissime riportano sulla schiena la scritta “imagine a world without cancer” con dediche a persone care. Supero diverse carrozzelle, vengo superato da un paio di non vedenti accompagnati per mano, mi commuovo nel vedere correre eroi senza arti.
Poi il famigerato e lunghissimo Queensboro Bridge, al 25° km, per molti il muro prima del muro. Si sente solo il rumore dei passi e quello dei treni nei sottostanti binari. Molti iniziano a camminare. Io rallento un po’, ma lo supero indenne. Mi impressiona, poco prima della fine del ponte, passare dal silenzio assoluto ad un boato pazzesco creato dagli incitamenti del pubblico assiepato sulla First Avenue. Sono a Manhattan e, tutto sommato, va tutto bene. Mi si apre davanti la First Avenue, è lunghissima, sale e scende, e non riesco a scorgerne la fine. Bevo ad ogni rifornimento e provo a non pensare alla stanchezza che è sopraggiunta.
Si passa per poco nel Bronx e si torna a Manhattan sulla Fifth Avenue. Il conto si presenta puntuale al 35° km. Il glicogeno presente nel mio corpo è praticamente esaurito; sono in riserva e mi accorgo che la benzina si sta esaurendo. Accantono ogni velleità di chiudere con un buon tempo, ma voglio arrivare al traguardo. Piove. Non ho più la lucidità per godermi il pubblico, ma alcuni cartelli mi rimangono in mente: “it looks like a huge pain for a free banana”, “you’re running better than the government”, “left foot, right foot, repeat”, “Queensboro Bridge is flat from far”. Si entra in Central Park e, dopo un po’, si riesce. Mi illudo di essere a Columbus Circle, e quindi a meno di un chilometro dall’arrivo, ed invece realizzo di essere a Grand Army Plaza e di dover ancora fare un pezzo di 59th Street. Interrompo la corsa sopraffatto dalla stanchezza, cammino; dopo 50 metri prevale la testa, recupero qualche energia non so dove, e riprendo la corsa.
Ai bordi della strada ci sono migliaia di persone, ma io sono sempre più solo con la mia stanchezza e con i muscoli sempre più rigidi. Mentre penso che il traguardo si avvicina mi sento chiamare, mi giro e vedo Roberta, Giorgio e Chicco. Non ci credo! Ci siamo trovati in mezzo a decine di migliaia di persone. Per me è una scossa; mi avvicino a loro, abbraccio Roberta velocemente e do il cinque a Chicco. Riparto, sono vicino al traguardo, ma quell’incontro è stato per me come un obiettivo raggiunto. Penso a loro e mi rilasso, cammino nuovamente, ma mi accorgo che Giorgio mi segue correndo sul bordo della strada con la macchina fotografica puntata su di me e mi esorta a non mollare. Riprendo e mi trascino al traguardo.
3:48:12 il tempo finale. 10 minuti sopra il personale. Non ho migliorato il mio miglior tempo, ma chi se ne frega: ho ancora una volta battuto me stesso. Penso già alla prossima maratona e sono certo che a New York io a correre ci torno di sicuro.
New York City, 5/11/17
Gaetano

Grande , con il tuo racconto mi hai fatto ripercorrere le mie emozioni, grazie
Deejay ten firenze 15/5/2016 48m 48s
Mezza maratona Scandicci 19/2/2017 1h 49m
Maratona Londra 2016 - firenze 2016 - Roma 2017 - ny 2017 - firenze 2017
Firenze Marathon 26/11/2017 4h 11m 51s
2018 : Roma - Chicago - Firenze
2019 Parigi - Berlino
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Marcorunner
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da Marcorunner »

scusate qualcuno conosce i tempi di qualifica per il 2018?
10K Strada: 38' 28” - Scatta alle Cascine Firenze 28/04/2019
Mezza maratona: 1h 23' 14" - Mezza di Firenze 07/04/2019
Maratona: 3h 05' 39" - Maratona di Firenze 24/11/2019
dan78
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Re: TCS New York City Marathon - 05/11/2017

Messaggio da dan78 »

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